22 Gennaio 2026

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIVPER LA XXXIV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

By Don Nicola

La compassione del samaritano: amare portando il dolore dellʼaltro.

Cari fratelli e sorelle!
La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, lʼ11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre lʼimmagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre lʼattenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati.

Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca (cfr Lc 10,25-3. A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dellʼEnciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore.

1 Il dono dellʼincontro: la gioia di dare vicinanza e presenza

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dellʼindifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltreˮ, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. Il samaritano «si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le
sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato […] il proprio tempo».
Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini.
A questo proposito, possiamo affermare con SantʼAgostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quellʼuomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia.

Lʼamore non è passivo, va incontro allʼaltro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo lʼesempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato allʼumanità ferita. Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dellʼaltro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono.
Questa carità si nutre necessariamente dellʼincontro con Cristo, che per amore si è donato per noi. San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: «Il Signore stesso mi condusse tra loro», perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare.

Il dono dellʼincontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. SantʼAmbrogio diceva: «Poiché dunque nessuno ci è più prossimo di colui che ha guarito le nostre ferite, amiamolo come Signore, e amiamolo anche come prossimo: niente infatti è così prossimo come il capo alle membra. Amiamo anche colui che è imitatore di Cristo: amiamo colui che soffre per la povertà altrui, a motivo dellʼunità del corpo».
Essere uno nellʼUno, nella vicinanza, nella presenza, nellʼamore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.


2. La missione condivisa nella cura dei malati

San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassioneˮ. Avere compassione implica unʼemozione profonda, che spinge allʼazione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta allʼimpegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dellʼamore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Ma attenzione, non lo fa da solo, individualmente, «il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quellʼuomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noiˮ che sia più forte della somma di piccole individualità».
Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone
condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dellʼalbergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale. In questo modo, nellʼEsortazione apostolica Dilexi te non solo ho fatto riferimento alla cura dei malati come a una «parte importante» della missione della Chiesa, ma come a unʼautentica «azione ecclesiale» (n. 49). In essa citavo San Cipriano per mostrare come in quella dimensione possiamo verificare la salute della nostra società: «Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto».

Essere uno nellʼUno significa sentirci veramente membra di un corpo in cui portiamo, secondo la nostra vocazione, la compassione del Signore per la sofferenza di tutti gli uomini.
Inoltre, il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti. In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per lʼunità di tutti.

3. Spinti sempre dallʼamore per Dio, per incontrarci con noi stessi e con il fratello

Nel duplice comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» ( Lc 10,27, possiamo riconoscere il primato dellʼamore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dellʼuomo in tutte le sue dimensioni. «Lʼamore per il prossimo rappresenta la prova tangibile dellʼautenticità dellʼamore per Dio, come attesta lʼapostolo Giovanni: “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e lʼamore di lui è perfetto in noi. […] Dio è amore; chi rimane nellʼamore rimane in Dio e Dio rimane in luiˮ (1Gv 4,12.16)».
Sebbene lʼoggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili.
Il primato dellʼamore divino implica che lʼazione dellʼuomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.

Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi lʼinteresse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello. Benedetto XVI diceva che «la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale.
Non è isolandosi che lʼuomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio».

Cari fratelli e sorelle, «il vero rimedio alle ferite dellʼumanità è uno stile di vita basato sullʼamore fraterno, che ha la sua radice nellʼamore di Dio».
Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna,
“samaritanaˮ, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore:

Dolce Madre, non allontanarti,
non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque
e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi
come mia vera Madre,
faʼ che mi benedica il Padre,
il Figlio e lo Spirito Santo.

Imparto di cuore la mia benedizione apostolica a tutti i malati, ai loro familiari e a quanti li assistono, agli operatori sanitari, alle persone impegnate nella pastorale della salute e in modo speciale a coloro che partecipano a questa Giornata Mondiale del Malato.
Dal Vaticano, 13 gennaio 2026
LEONE PP. XIV