Novena – Approfondimento

16 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (63.66-67)

Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone accanto a lui ma se ne andarono, non si fermarono.
Erano persone con funzioni importanti nella società, che non avevano nel cuore l’amore per il bene comune. Non sono state capaci di perdere alcuni minuti per assistere il ferito o almeno per cercare aiuto. Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo.
[…] Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano. Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro».
Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune. Nello stesso tempo,
la parabola ci mette in guardia da certi atteggiamenti di persone che guardano solo a sé stesse e non si fanno carico delle esigenze ineludibili della realtà umana.

Preghiera di intercessione
Donaci Signore
di metterci in viaggio,
sull’asse Gerusalemme-Gerico,
come il buon samaritano,
come te.
Dalla Città Santa, Gerusalemme, la città del Tempio,
a Gerico che è l’ecumene, il mondo intero, la storia.
È la strada in cui la fede deve intersecare la storia.
È la strada in cui la speranza incrocia la disperazione della terra.
È la strada in cui la carità si imbatte con i frutti della violenza.
Per noi è un po’ difficile lasciare Gerusalemme,
perché Gerusalemme ci gratifica.
Non è vero che certi riti, anche nel nostro tempo,
privilegiano più il salotto che la strada,
più le pantofole che gli scarponi da viaggio,
più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino?
Dobbiamo metterci in viaggio allora,
ma non per andare incontro a Gerico senza nessuna carica interiore.
Dobbiamo andare incontro a Gerico, al mondo cioè, da risorti.
Amen.

17 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (69-70)

Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano.
È interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino
completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione
dell’uomo caduto, umiliato. Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea
e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità.
Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito.

Preghiera di intercessione
Donaci Signore di non passare sopra l’altro
con il cilindro delle omologazioni.
Di non passargli sopra
con la violenza dell’appiattimento.
Qualche volta noi siamo portati a livellare tutto,
a passare sopra le distinzioni personali,
le caratteristiche di gruppo, le lingue, le culture.
Donaci di essere accanto alla gente, non sopra la gente.
Insegnaci a saper rispettare i volti che sono uguali e distinti,
perché tu, Dio, sei comunione.
Rispettare i volti significa passare accanto, amare il mondo.
Insegnaci Signore ad amare il mondo diverso da noi,
non solo quello che è la nostra fotocopia.
Donaci di adoperarci perché la sua cronaca di perdizione
diventi storia di salvezza.
Amen.

18 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (73-74)
La parabola ci fa fissare chiaramente lo sguardo su quelli che passano a distanza.
Questa pericolosa indifferenza di andare oltre senza fermarsi, innocente o meno, frutto del disprezzo o di una triste distrazione, fa dei personaggi del sacerdote e del levita un non meno triste riflesso di quella distanza che isola dalla realtà. Ci sono tanti modi di passare a distanza, complementari tra loro. Uno è ripiegarsi su di sé, disinteressarsi degli altri, essere indifferenti.
Un altro sarebbe guardare solamente al di fuori. Riguardo a quest’ultimo modo di passare a distanza, in alcuni Paesi, o in certi settori di essi, c’è un disprezzo dei poveri e della loro cultura, e un vivere con lo sguardo
rivolto al di fuori, come se un progetto di Paese importato tentasse di occupare il loro posto.
Così si può giustificare l’indifferenza di alcuni, perché quelli che potrebbero
toccare il loro cuore con le loro richieste semplicemente non esistono. Sono fuori dal loro orizzonte di interessi. In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace.
Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio. San Giovanni Crisostomo giunse ad esprimere con grande chiarezza tale sfida che si presenta ai cristiani: «Volete onorare veramente il corpo di Cristo?
Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità». Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti.

Preghiera di intercessione
Signore, tu ci ricordi che i poveri esistono ancora
e sono più numerosi di quello che si pensa.
Non sono una categoria standard come un tempo,
ma sono una categoria mobile,
quasi una variabile della nostra società,
che produce sempre nuove sacche di miseria.
Ci sono i poveri che vanno in divisa,
sono quelli che hanno le caratteristiche dei poveri di tutti i tempi,
e ci sono quelli che, sull’abito impeccabile tagliato su misura della moderna civiltà, irriconoscibili quindi come poveri,
hanno magari un piccolo distintivo che li contraddistingue come tali.
Sì, perché la povertà non è solo quella del denaro,
ma anche la mancanza di salute, la solitudine affettiva,
l’insuccesso professionale, l’assenza di relazioni,
gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari
e tutte le frustrazioni che provengono da una incapacità
ad integrarsi nel gruppo umano più prossimo.
Amen.

19 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (77-79)

Ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa. Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni.
Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica
dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per sé stessi e diffondono la confusione e la menzogna. Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene.
[…] Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Però non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma».
Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine. Smettiamo di nascondere il dolore delle perdite e facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne.
La riconciliazione riparatrice ci farà risorgere e farà perdere la paura – a noi stessi e agli altri.
Il samaritano della strada se ne andò senza aspettare riconoscimenti o ringraziamenti.
La dedizione al servizio era la grande soddisfazione davanti al suo Dio e alla sua vita, e per questo un dovere. Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra. Prendiamoci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano.

Preghiera di intercessione
Signore fa che anche noi lasciamo che ci stringa il cuore
facci sentire torcere le viscere,
perché c’è tanta gente che soffre,
perché c’è tanta gente che dorme alla stazione di notte d’inverno,
perché c’è tanta gente che dorme sotto le barche sul porto,
perché c’è tanta gente che è senza casa.
Se non ci sentiamo torcere il cuore,
se non ci sentiamo stringere l’anima di fronte alle sofferenze del mondo,
noi non siamo secondo il cuore di Dio,
saremo soltanto gruppo superorganizzato,
ma non secondo il cuore di Dio.
Aiutaci a non accontentarci soltanto
dell’entusiasmo dei nostri sentimenti interiori
e donaci di rifuggire dalla delega.
Amen.

20 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (80-83)

Gesù propose questa parabola per rispondere a una domanda: chi è il mio prossimo?
La parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi
è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù rovescia completamente
questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a
noi, bensì a farci noi vicini, prossimi.
La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il samaritano è stato colui che si è fatto prossimo del giudeo ferito. Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche.
La conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri.
Il problema è che, espressamente, Gesù mette in risalto che l’uomo ferito era un giudeo – abitante della Giudea – mentre colui che si fermò e lo aiutò era un samaritano – abitante della Samaria –. Questo particolare ha una grandissima importanza per riflettere su un amore che si apre a tutti. I samaritani abitavano una regione che era stata contaminata da riti pagani, e per i giudei ciò li rendeva impuri, detestabili, pericolosi. Difatti, un antico testo ebraico che menziona nazioni degne di disprezzo si riferisce a Samaria affermando per di più che «non è neppure un popolo» (Sir 50,25), e aggiunge che è «il popolo stolto che abita a Sichem» (v. 26).
Questo spiega perché una donna samaritana, quando Gesù le chiese da bere, rispose enfaticamente: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9). Quelli che cercavano accuse che potessero screditare Gesù, la cosa più offensiva che trovarono fu di dirgli «indemoniato» e «samaritano» (Gv 8,48). Pertanto, questo incontro misericordioso tra un samaritano e un giudeo è una potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica, affinché allarghiamo la nostra cerchia, dando alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di superare tutti i pregiudizi, tutte le
barriere storiche o culturali, tutti gli interessi meschini.

Preghiera di intercessione
Signore, insegnaci che cos’è la solidarietà.
Ricordaci che tutti siamo responsabili di tutti,
che farsi vicini alla gente, significa sentire il respiro della gente,
parlare con il suo linguaggio, ascoltarla,
entrare nella sua mentalità,
entrare nel suo mondo attraverso i suoi interessi.
Ripetici che c’è ancora posto per le opere di misericordia.
Fasciare le ferite è un’opera di misericordia.
Aiutare il fratello significa anche
sapergli prestare le cure del pronto soccorso
e tamponargli l’emorragia, quando rischia di morire dissanguato.
Amen.


21 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (84-86)

Infine, ricordo che in un altro passo del Vangelo Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto che faceva propri i drammi degli altri. San Paolo esortava: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm 12,15).
Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi con l’altro senza badare a dove è nato o da dove viene. Entrando in questa dinamica, in definitiva sperimenta che gli altri sono “sua stessa carne” (cfr Is 58,7).
Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente.
Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso
(cfr Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce con ciò una dignità infinita».
A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune. La teologia continua ad arricchirsi grazie alla riflessione su questa grande verità.
A volte mi rattrista il fatto che, pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza.
Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi.
La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro
il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti.

Preghiera di intercessione
Signore versa su di noi l’olio della misericordia.
E insegnaci a fare lo stesso.
Certe volte noi diamo alla gente, più che la misericordia,
la nostra chiarezza concettuale,
le idee chiare e distinte che abbiamo in fatto di morale.
La misericordia è la capacità cioè di comprensione,
la capacità di entrare nel mondo degli altri,
la capacità di capire i bisogni del cuore.
Ma anche il vino della fortezza,
simbolo non di una Chiesa blanda,
non di una Chiesa annacquata,
non di una Chiesa che approva tutto,
ma di una Chiesa audace, di una Chiesa profetica.
Amen.


22 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (87-89)

Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza «se non attraverso un dono sincero di sé». E ugualmente non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri: «Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro». Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare. Qui sta un segreto dell’autentica esistenza umana, perché «la vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza; ed è una vita più forte della morte quando è costruita su relazioni vere e legami di fedeltà. Al contrario, non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a sé stessi e di vivere come isole: in questi atteggiamenti prevale la morte».
Dall’intimo di ogni cuore, l’amore crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro. Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi «una specie di legge di “estasi”: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere». Perciò «in ogni caso l’uomo deve pure decidersi una volta ad uscire d’un balzo da se stesso».
D’altra parte, non posso ridurre la mia vita alla relazione con un piccolo gruppo e nemmeno alla mia famiglia, perché è impossibile capire me stesso senza un tessuto più ampio di relazioni: non solo quello attuale ma anche quello che mi precede e che è andato configurandomi nel corso della mia vita. La mia relazione con una persona che stimo non può ignorare che quella persona non vive solo per la sua relazione con me, né io vivo soltanto rapportandomi con lei. La nostra
relazione, se è sana e autentica, ci apre agli altri che ci fanno crescere e ci arricchiscono.
Il più nobile senso sociale oggi facilmente rimane annullato dietro intimismi egoistici con l’apparenza di relazioni intense. Invece, l’amore che è autentico, che aiuta a crescere, e le forme più nobili di amicizia abitano cuori che si lasciano completare.
Il legame di coppia e di amicizia è orientato ad aprire il cuore attorno a sé,
a renderci capaci di uscire da noi stessi fino ad accogliere tutti. I gruppi chiusi e le coppie autoreferenziali, che si costituiscono come un “noi” contrapposto al mondo intero, di solito sono forme idealizzate di egoismo e di mera autoprotezione.

Preghiera di intercessione
Ricordaci, Signore, che dare un letto per far dormire non basta.
Non è ancora prendersi cura. Un tetto non copre,
bisogna coprire con un lembo della propria vita, del proprio tempo.
Diamo pure la nostra minestra perché mangino,
ma ricordiamoci che la minestra non scalda: occorre anche un alito umano.
Diamo un letto perché dormano, ma un letto non basta,
bisogna dare la buona notte, perché sennò non ci prendiamo cura dell’altro,
facciamo in modo che i canti delle liturgie domenicali
non risuonino falsi sulle nostre labbra.
Amen.

23 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (272.276)

Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che «soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi». Perché «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità».
Per queste ragioni, benché la Chiesa rispetti l’autonomia della politica, non relegala propria missione all’ambito del privato. Al contrario, «non può e non deve neanche restare ai margini» nella costruzione di un mondo migliore, né trascurare di «risvegliare le forze spirituali» che possano fecondare tutta la vita sociale. È vero che i ministri religiosi non devono fare politica partitica, propria dei laici, però nemmeno possono rinunciare alla dimensione politica dell’esistenza che implica una costante attenzione al bene comune e la preoccupazione per lo sviluppo umano integrale. La Chiesa «ha un ruolo pubblico che non si esaurisce nelle sue attività
di assistenza o di educazione» ma che si adopera per la «promozione dell’uomo e della fraternità universale». Non aspira a competere per poteri terreni, bensì ad offrirsi come «una famiglia tra le famiglie – questo è la Chiesa –, aperta a testimoniare […] al mondo odierno la fede, la speranza e l’amore verso il Signore e verso coloro che Egli ama con predilezione. Una casa con le porte aperte.
La Chiesa è una casa con le porte aperte, perché è madre». E come Maria, la Madre di Gesù, «vogliamo essere una Chiesa che serve, che esce di casa, che esce dai suoi templi, dalle sue sacrestie, per accompagnare la vita, sostenere la speranza, essere segno di unità […] per gettare ponti, abbattere muri, seminare riconciliazione».

Preghiera di intercessione
Insegnaci Signore ad essere il samaritano dell’ora giusta,
ma anche il samaritano dell’ora dopo.
Le improvvisazioni sentimentali non bastano,
il volontarismo emotivo non è sufficiente, ci vuole competenza e studio.
Ci sono dei meccanismi di peccato, delle strutture di peccato,
che noi dobbiamo saper smascherare, sennò un giorno la storia,
ma anche tu, Signore, ci rimprovererà di inadempienza.
Signore facci sentire la necessità
di collaborare con le istituzioni pubbliche
e con i servizi sociali presenti nel nostro territorio,
stimolandoli alla tenacia, precedendoli sulla battuta,
intuendo risposte nuove ai bisogni nuovi, non gareggiando,
come se volessimo dimostrare che siamo più bravi noi.
Amen.

24 dicembre
Dall’Enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco (277-278)

La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e «nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che «se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo
perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati.
Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre
piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna». Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso «scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti».
Chiamata a incarnarsi in ogni situazione e presente attraverso i secoli in ogni luogo della terra – questo significa “cattolica” –, la Chiesa può comprendere, a partire dalla propria esperienza di grazia e di peccato, la bellezza dell’invito all’amore universale.
Infatti, «tutto ciò ch’è umano ci riguarda. […] Dovunque i consessi dei popoli si riuniscono per stabilire i diritti e i doveri dell’uomo, noi siamo onorati, quando ce lo consentono, di assiderci fra loro». Per molti cristiani, questo cammino di fraternità ha anche una Madre, di nome Maria. Ella ha ricevuto sotto la Croce questa maternità universale (cfr Gv 19,26) e la sua attenzione è rivolta non solo a Gesù ma anche al «resto della sua discendenza» (Ap 12,17). Con la potenza del Risorto, vuole partorire un mondo nuovo, dove tutti siamo fratelli, dove ci sia posto per ogni
scartato delle nostre società, dove risplendano la giustizia e la pace.

Preghiera di intercessione
Signore insegnaci che la tenda non serve soltanto per accogliere noi,
per raccogliere i pianti della gente,
ma innanzitutto per accogliere il tuo alito di speranza.
Abbiamo bisogno dell’incontro con te, Signore, oltre che dell’incontro con la gente.
Aiutaci a fare di tutto perché nulla sia falso, né sulle nostre labbra, né nei nostri gesti.
Perché se ci facciamo in quattro per aiutare la gente,
però non viviamo in grazia di Dio, siamo ambigui, siamo invidiosi,
facciamo la doppia vita, facciamo il doppio gioco,
tutto il nostro zelo non serve a niente.
Ricordaci che se non c’è una grande solidarietà con te,
con il nostro Signore ci ha soggiogato, che ci ha sedotti…
se non c’è tutto questo, se non c’è questo incontro nella tenda con te, Signore, è inutile mettere i paletti delle nostre furbizie umane.
Senza dubbio noi stiamo vivendo dei momenti anche molto difficili,
però ricordaci sempre, Signore,
che la speranza sovrabbonda sulle preoccupazioni.
È di notte che è bello attendere la luce!
Aiutaci ad attendere l’aurora!
Amen.